Le radici lasciano segni profondi e invisibili. E a volte affiorano sulle pagine di un libro.
È successo lo scorso anno: una mail arrivata dalla Svizzera, firmata da un’artista che aveva visto il Libro delle Radici circolare sui social e voleva saperne di più. Non una richiesta di intervista, non una proposta di collaborazione nei termini classici: solo curiosità vera per un progetto che, evidentemente, aveva toccato qualcosa.
Le avevo risposto proponendole, un giorno, di intervenire sul libro con la sua arte, magari quando mi fossi trovato dalle sue parti. Un’idea lanciata quasi d’istinto, mossa dalla sua genuina curiosità; una di quelle cose che si dicono online sapendo che potrebbero anche non avere mai un seguito.
Quell’idea ha invece preso una forma del tutto inaspettata.
Cecile — Cecile Giovannini, l’artista svizzera di quella mail — ha deciso di organizzare da sé una permanenza di quindici giorni a Palermo, senza aspettare che fossimo noi a passare da lei.
Non è la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che qualcuno si è mosso per venire incontro al progetto. Cecile, però, è stata la prima artista a organizzare un viaggio appositamente per lasciare un proprio segno nell’opera.
Una nonna, un’opera
La radice di Cecile è sua nonna.
Ed è attraverso quel legame — non un concetto astratto, ma il volto preciso di una persona — che l’opera l’ha portata a Palermo.
Il lavoro racconta il rapporto emozionale di Cecile con la Sicilia. Non la Sicilia da cartolina, ma quella conosciuta attraverso la voce e gli occhi di sua nonna.
Credo che la forza delle radici sia proprio questa: il legame con i luoghi nasce spesso dal legame con le persone che quei luoghi li hanno abitati, raccontati e vissuti. Sono loro a consegnarceli, anche quando siamo nati a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
L’opera di Cecile ci ha colpiti per la sua intensità e soprattutto per la capacità di far coincidere una biografia privatissima — una nonna, una nipote, il filo che continua a unirle — con qualcosa che chiunque, guardandola, può riconoscere come proprio.
È esattamente il punto in cui il Libro delle Radici funziona meglio: quando una storia personale smette di essere solo personale.
Una sera internazionale
Abbiamo fatto in modo che la permanenza di Cecile a Palermo coincidesse con il seminario sul Kintsugi tenuto da Aya: l’arte giapponese di riparare la ceramica rotta evidenziandone le fratture con l’oro, invece di nasconderle.
Un’immagine che per noi dice qualcosa di importante sulle radici: non si tratta di cancellare le fratture di un percorso — una migrazione, una distanza, una nonna che non si vede più — ma di renderle visibili e, persino, preziose.
In quegli stessi giorni è passata da Palermo anche Michelle Durpetti, arrivata da Chicago, toscana di terza generazione e alla guida di uno dei più iconici ristoranti italiani della città, Gene & Georgetti.
E così, per una sera, Palermo ha respirato un’aria che raramente capita di respirare tutta insieme: Giappone, Italia, Svizzera e Stati Uniti seduti allo stesso tavolo, uniti dal medesimo filo rosso. Lo stesso, in fondo, che tiene insieme tutto quello che raccontiamo su queste pagine.
Anche la cena è stata un piccolo esperimento, affidato al talento dello chef Alessandro Gallo presso Millesuoli. Tra i piatti della serata, una melanzana cotta in olio con salsa teriyaki — portata espressamente dal Giappone da Aya — accompagnata da una crema di peperone e mandorle tostate.
Un ingrediente profondamente siciliano attraversato da un condimento giapponese, servito a una tavola con accenti svizzeri e americani.
La stessa idea di radice che unisce, questa volta tradotta in cucina.
Il viaggio di Cecile, la nascita della sua opera, il seminario con Aya, la presenza congiunta a Palermo di persone arrivate dal Giappone, dagli Stati Uniti e dalla Svizzera raccontano lo spirito che anima ROOTS forse meglio di quanto potrebbero fare decine di pagine dedicate a spiegarlo.
Perché è questo, in fondo, il senso che diamo alle radici.
Non linee che separano un posto da un altro, ma fili che, per quanto lunghi, finiscono sempre per ritrovarsi allo stesso tavolo.
Chi è Cecile Giovannini
Cecile Giovannini è un’artista visiva che divide la propria vita tra l’Italia e la Svizzera. Si forma in Narrative Art and Painting all’EPAC, in Svizzera, nel 2009 e lavora da anni sul potere della finzione e sulla sua capacità di estrarre il meraviglioso dal reale.
Il suo immaginario è nutrito da racconti di famiglia, leggende pagane, iconografia cattolica, cinema e dal bosco nel quale è cresciuta. Il suo medium principale è la pittura, ma la sua ricerca si estende al rotoscope, all’animazione tradizionale, alle installazioni e ai progetti interattivi e collaborativi.
Le sue opere sono state esposte in musei, centri d’arte e festival in Svizzera, Italia, Germania e Canada, oltre che in spazi virtuali. Ha pubblicato racconti illustrati in opere collettive in Svizzera e Inghilterra e collaborato con musicisti, brand e realtà culturali internazionali, tra cui Miele Svizzera, l’artista e rapper francese Disiz e Amnesty International.
È socia di Avocat Studio, associazione fondatrice del centro culturale e sperimentale Villa Mirage di Martigny, nato all’interno di un’ex fabbrica di alluminio.
Tra i riconoscimenti recenti figurano la selezione svizzera al Geneva International Film Festival nel 2024 e l’acquisizione, nel 2023, di quattro sue opere da parte del Fondo cantonale d’arte contemporanea (FCAC).




