Harald Krichel, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C’è una trattativa in corso a Roma che sembra chiudere un cerchio aperto più di un secolo fa a Polizzi Generosa. Il Corriere della Sera ha anticipato la notizia, poi ripresa da Ansa e da diverse testate di settore: Martin Scorsese sta negoziando con il ministero della Cultura la donazione dell’intero archivio della sua carriera. Dentro: sceneggiature originali, costumi, oggetti di scena, attrezzature, perfino le lettere in cui discuteva con le produzioni di questo o quel titolo. Cinquant’anni di cinema americano, in scatole che potrebbero presto avere un indirizzo italiano.
La trattativa nasce da un gesto preciso. Il ministro Alessandro Giuli aveva proposto a Scorsese la presidenza onoraria dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, definendolo uno degli autori che “incarnano come lui il legame profondo tra la grande tradizione italiana e la storia del cinema”. Scorsese ha accettato, e ha risposto con una lettera che vale più di mille dichiarazioni di circostanza: “Il cinema italiano è stato una fonte costante di ispirazione per tutta la mia vita. I film, gli autori e le tradizioni artistiche nate in Italia hanno profondamente plasmato sia la mia concezione del cinema sia il mio lavoro.” Non è la prima volta che lo dice: lo aveva già raccontato per immagini nel documentario Il mio viaggio in Italia, un lungo inchino a Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini e Antonioni.
Ora si cerca una sede: si è parlato di Palazzo Venezia, e un incontro con un rappresentante del regista si è già svolto. Nessun accordo è stato firmato, la trattativa resta aperta e la logistica pesa quanto la volontà: catalogare cinquant’anni di materiali — pellicole, sceneggiature annotate a mano, corrispondenza — è un lavoro da anni, non da mesi. Il ministero valuta comunque un percorso didattico gratuito per giovani talenti, legato alla collezione — ipotesi ancora preliminare. Scorsese aveva già donato alcuni script alla Cineteca di Bologna, usati nel tempo in occasione di festival e retrospettive: questa volta, però, si parla dell’intero corpus di una vita, non di un prestito.
Ma la ragione per cui questa storia riguarda proprio le radici, e non solo il cinema, sta altrove: nel cognome. Quando Scorsese arrivò per la prima volta all’anagrafe di Polizzi Generosa, negli anni Ottanta, in visita con la moglie di allora Isabella Rossellini, non trovò nessun “Scorsese” nei registri. Fu un impiegato comunale, Pino Lo Verde — diventato poi sindaco, e lontano parente — a risolvere l’enigma: il nome originario era Scozzese. Il nonno paterno, Paolo Francesco Scozzese, nato nel paese delle Madonie nel 1886, lo vide cambiare all’arrivo in America, come capitava a tante famiglie in fila a Ellis Island. Dal ramo materno, invece, le origini portano a Ciminna, altro paese della provincia di Palermo.
Nel 2018 Polizzi Generosa ha trascritto ufficialmente l’atto di nascita del nonno, riconoscendo a Scorsese la cittadinanza italiana per discendenza — pratica avviata nel 2005 e chiusa, raccontò l’allora sindaco, “in due giorni: era qualcosa che gli dovevamo”. Il regista era già tornato lì due volte, nel 1979 e nel 1990, quest’ultima accompagnando i genitori ormai anziani a rivedere la terra da cui erano partiti i loro padri.
Così l’archivio che oggi rischia di trasferirsi a Roma non è soltanto la memoria materiale di Taxi Driver o Quei bravi ragazzi: è un uomo che, cambiato un cognome all’imbarco e ritrovatolo decenni dopo in un registro comunale, decide di restituire all’Italia non un pezzo di sé, ma l’intero archivio di ciò che quelle radici, da lontano, hanno reso possibile.



